di Aglaja

Oggi ho assistito all'allenamento del Genoa, a Ronco Scrivia. Se vi aspettate da me considerazioni tecniche su nuovi arrivi e vecchie conoscenze, impressioni sullo stato di forma e sulle capacit dei giocatori, rilievi su schemi e gioco, cliccate su indietro e cambiate pagina. Lo stesso se desiderate sghignazzare con le vignette: non giornata. Non allarmatevi: non certo il constatare che non siamo ancora una squadra e che il lavoro da fare immenso (coraggio, Vavassori!) che mi scoraggia. Neppure osservare Milito e Stellone che giochicchiano a parte, in attesa di scappare via da quest'incubo che evidentemente non li riguarda.

Oggi era il 27 agosto 2005.

Pareva autunno, anzi, lo era. Il campo di Ronco Scrivia era spazzato da vento e pioggia. E da pensieri. Pensieri che cadevano lenti come le foglie a novembre.

Pensavo e guardavo il Genoa

Il Genoa di chi stato richiamato in emergenza, il Genoa di chi voluto restare, il Genoa dei ragazzi della Primavera, il Genoa di chi vuole e non riesce ad andarsene, il Genoa dei "giocatori di categoria", il Genoa dei "lussi per la C", il Genoa delle speranze, il Genoa dei disperati.

Guardavo il Genoa e pensavo.

Ed ecco che quel Genoa sparito e anche il campo di Ronco Scrivia sparito, e io mi sono ritrovata nella Nord, e non era il 27 agosto 2005, ma il 7 giugno 2003 e il Genoa schierava i ragazzini di Torrente contro il Cosenza.

Stavamo andando in C ma la gradinata cantava; eravamo retrocessi ma mille bandiere sventolavano dai balconi; si aprivano le porte dell'inferno ma l'orgoglio ci portava in paradiso.

Poi, per un attimo durato due anni, abbiamo sognato di risalire la china, di costruire una grande squadra, di giocare un grande calcio, di farcela contro tutto e tutti.

Abbiamo persino sognato di essere in serie A.

E invece un incubo lungo un secolo e durato tre mesi ha fermato il tempo.

Siamo in C.

Come il 7 giugno 2003.

E'il 7 giugno 2003.

Ripartiamo da l. Con lo stesso orgoglio.

AGLAJA